Come nei tuoi occhi capivo l'estate,
ora sento nei suoi, lungo l'autunno, che correrà veloce.
Distraggo il suono emesso verso di te,
sono oramai rivolta in cento altre direzioni,
di cento altre donne del continente.
Quando il sole si stanca e dorme parecchio
è arrivato il momento per l'emigrazione.
La mia natura è amarvi e beccare i vostri corpi.
Quante sono le ore di calore puro
opposte a quelle della temperatura autunnale,
così tante sono le giornate in cui la vedo
contro quelle in cui sono lontana.
Vedo una donna lasciata da un uomo arrogante,
vedo una donna amata da una donna ignota,
e sfuggo allo sguardo maturo di una donna autentica.
Come nella stagione calda le mie ali sbattono senza logica
portandomi vicina e allontanandomi dalle prede,
dal cibo, dal solo cibo che mi sia sempre piaciuto,
dal solo cibo che mi compone, dalla donna.
Da Il vento nel suo nome
di Vittoria Nicoli 2007
C'è una donna, in quest'ultimo periodo, che ogni volta che la vedo
non penso di sforzarmi a parlare con lei
su come vorrei cambiare il mondo.
Mi rendo conto che le parole
che ci vorrebbero sarebbero troppo complesse,
e se anche lei le capisse, rispondendomi
con le sue parole troppo difficili,
allora sarei io a non capirla.
Io conosco di meno il suo linguaggio di quanto lei conosce il mio.
C'è questa donna che quando la guardo,
mi vergogno della mia presunzione del correggerla,
dell'averla corretta troppe volte,
e lei mi tocca velocemente dicendomi di lasciarla sbagliare.
C'è una donna, alla quale io rinuncio di regalare parole,
e nel guardarla vorrei sentire
cosa desidera aldilà dei miei occhi sulla sua bocca.
C'è questa donna che ogni tanto prova a comandarmi,
e io stupidamente, dopo essermi difesa,
riattacco con un altro ordine,
con un'altra voce grossa delle nostre solitudini.
C'è questa donna di cui a volte mi rendo conto,
che alcuni suoni tradiscono una voglia di me,
questa donna che mi riguarda e vorrebbe capire meglio.
Non è il mio specchio, non sono io a riflettermi,
è una quasi sconosciuta, che non parla la mia lingua.
Eppure è una donna che sento, che mi accompagna, che partirà
che mi ricorderò, che ci sarà
anche senza il mio sguardo.
Da Poesie femministe
di Vittoria Nicoli 2008
Sveglia prima delle serrande abbassate (31 Agosto)
Inizia Capidanni e penso a come il binario perda la memoria.
Quante parole, ritmi, poesia, sentimento e pezzi di coronarie
noi tutti perdiamo. Noi lontani dalla lotta cittadina,
noi che presto ci ripiomberemo addosso al caos nascosto
di questi tempi morti, tristi, senza grandi progetti,
senza neppure antichi e retorici sogni.
Inizia Capidanni e la retorica del nulla del postmoderno
è come le zanzare dell'osteria,
sempre presente, sempre pungente,
però non inganna la saggezza,
ancora non l'ha fatta impazzire, ancora la odio.
Inizia ciò che già è iniziato e io scrivo
sopra al piano che minaccia in continuazione sciopero
senza essere proletario, ma anzi essendo nemico
di operai e contadini, essendo figlio di chi comanda,
minaccia la mia richiesta d'amore, il mio tentativo di allungarmi
verso gli arcobaleni delle compagne sconosciute.
Io scrivo con i mezzi e il linguaggio e la noia dei ricchi,
ma nella metà del sangue c'è il vinto.
E come vedo la finzione, come vedo il calcolo ipocrita
allo stesso modo vedo il sincero, l'autentico attendere.
I corpi piatti sono i miei prediletti perché
rinnegano nella loro appariscente superficie liscia
l'inganno che la realtà sia banale.
Sui corpi piatti io corro, mi fermo, ricordo, compongo,
sono io, io che li dimentico, non li posseggo da tempo,
ma li desidero con nuova pretesa.
Chi è che decide quando le menti ragionano in maniera giusta
e quando invece lo fanno in maniera che non quadri tutto?
Chi lo sa capire dov'è l'inghippo?
Da L'estate della servitù dottorale
di Vittoria Nicoli 2008
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