Corinna (V secolo a.C.), poetessa greca.
Originaria della città di Tanagra, nella Beozia, poiché dimorò per molto tempo a Tebe, fu chiamata tebana e soprannominata Miia.
Vi sono poche notizie sulla sua vita: sembra sia fiorita poeticamente intorno al 509 a.C. e che abbia ammaestrato nella poesia addirittura Pindaro, battendolo ben cinque volte in gare di poesia.
Pausania, IX 22, cap.3, in proposito, ci racconta invece che Pindaro fu battuto da lei una sola volta: in tale circostanza attribuisce la vittoria della poetessa all'uso superbo che fece in quell'occasione del dialetto eolico; inoltre il periegeta riferisce di aver visto un ritratto di lei a Tanagra che la raffigura come dotata di bell'aspetto.
Dei suoi carmi lirici in dialetto beotico, non ci sono rimasti che alcuni piccoli frammenti. Un papiro ci ha tramandato frammenti di due suoi nòmoi nei quali vi è un largo uso del dimetro ionico a minore e del dimetro coriambico.
Furono erette statue a Corinna in differenti parti della Grecia e fu classificata come la prima e più eclettica delle nove muse della lirica.
Opere
- Carmi:
- I sette a Tebe
- Iolao
- Il ritorno di Orione
- Nòmoi:
- La gara del Citerone e dell'Elicona
- Le figlie di Asopo
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Poetesse di oggi: biografia ermetica di Vittoria Nicoli
Vittoria Nicoli è nata a Tempio Pausania il 26 settembre 1983. Da
piccola ha avuto paura del buio, poi degli aerei e della bomba
atomica e infine di tutto il resto. Nonostante questo, e per fortuna,
sin dall'inizio dell'adolescenza, si è difesa bene dalle paure
iniziando a scrivere poesie, poesie un pò presuntuose e poco
propense al labor limae.
Le sue figlie bruttine nascono in terra sarda, e nella caput mundi si
sviluppano.
Opponendosi al suo stesso titolo nobiliare di principessa del nord
Gallura, attualmente, come Lady Oscar, fa la rivoluzionaria silenziosa. Lo
sfruttamento di se stessi è per la poetessa inaccettabile quanto quello
degli altri. E' certo, però che se la Nicoli avesse per ogni sua
poesia un pezzo da cinquecento euro potrebbe comprarsi un monolocale
a Piazza Navona.
Tanta mole di lavoro sarà presto scaricabile in rete dal suo blog
attivista "estateinnevataincazzata.noblogs.org". Un bacione a
tutte e a
tutti i fans.
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Come nei tuoi occhi capivo l'estate,
ora sento nei suoi, lungo l'autunno, che correrà veloce.
Distraggo il suono emesso verso di te,
sono oramai rivolta in cento altre direzioni,
di cento altre donne del continente.
Quando il sole si stanca e dorme parecchio
è arrivato il momento per l'emigrazione.
La mia natura è amarvi e beccare i vostri corpi.
Quante sono le ore di calore puro
opposte a quelle della temperatura autunnale,
così tante sono le giornate in cui la vedo
contro quelle in cui sono lontana.
Vedo una donna lasciata da un uomo arrogante,
vedo una donna amata da una donna ignota,
e sfuggo allo sguardo maturo di una donna autentica.
Come nella stagione calda le mie ali sbattono senza logica
portandomi vicina e allontanandomi dalle prede,
dal cibo, dal solo cibo che mi sia sempre piaciuto,
dal solo cibo che mi compone, dalla donna.
Da Il vento nel suo nome
di Vittoria Nicoli 2007
C'è una donna, in quest'ultimo periodo, che ogni volta che la vedo
non penso di sforzarmi a parlare con lei
su come vorrei cambiare il mondo.
Mi rendo conto che le parole
che ci vorrebbero sarebbero troppo complesse,
e se anche lei le capisse, rispondendomi
con le sue parole troppo difficili,
allora sarei io a non capirla.
Io conosco di meno il suo linguaggio di quanto lei conosce il mio.
C'è questa donna che quando la guardo,
mi vergogno della mia presunzione del correggerla,
dell'averla corretta troppe volte,
e lei mi tocca velocemente dicendomi di lasciarla sbagliare.
C'è una donna, alla quale io rinuncio di regalare parole,
e nel guardarla vorrei sentire
cosa desidera aldilà dei miei occhi sulla sua bocca.
C'è questa donna che ogni tanto prova a comandarmi,
e io stupidamente, dopo essermi difesa,
riattacco con un altro ordine,
con un'altra voce grossa delle nostre solitudini.
C'è questa donna di cui a volte mi rendo conto,
che alcuni suoni tradiscono una voglia di me,
questa donna che mi riguarda e vorrebbe capire meglio.
Non è il mio specchio, non sono io a riflettermi,
è una quasi sconosciuta, che non parla la mia lingua.
Eppure è una donna che sento, che mi accompagna, che partirà
che mi ricorderò, che ci sarà
anche senza il mio sguardo.
Da Poesie femministe
di Vittoria Nicoli 2008
Sveglia prima delle serrande abbassate (31 Agosto)
Inizia Capidanni e penso a come il binario perda la memoria.
Quante parole, ritmi, poesia, sentimento e pezzi di coronarie
noi tutti perdiamo. Noi lontani dalla lotta cittadina,
noi che presto ci ripiomberemo addosso al caos nascosto
di questi tempi morti, tristi, senza grandi progetti,
senza neppure antichi e retorici sogni.
Inizia Capidanni e la retorica del nulla del postmoderno
è come le zanzare dell'osteria,
sempre presente, sempre pungente,
però non inganna la saggezza,
ancora non l'ha fatta impazzire, ancora la odio.
Inizia ciò che già è iniziato e io scrivo
sopra al piano che minaccia in continuazione sciopero
senza essere proletario, ma anzi essendo nemico
di operai e contadini, essendo figlio di chi comanda,
minaccia la mia richiesta d'amore, il mio tentativo di allungarmi
verso gli arcobaleni delle compagne sconosciute.
Io scrivo con i mezzi e il linguaggio e la noia dei ricchi,
ma nella metà del sangue c'è il vinto.
E come vedo la finzione, come vedo il calcolo ipocrita
allo stesso modo vedo il sincero, l'autentico attendere.
I corpi piatti sono i miei prediletti perché
rinnegano nella loro appariscente superficie liscia
l'inganno che la realtà sia banale.
Sui corpi piatti io corro, mi fermo, ricordo, compongo,
sono io, io che li dimentico, non li posseggo da tempo,
ma li desidero con nuova pretesa.
Chi è che decide quando le menti ragionano in maniera giusta
e quando invece lo fanno in maniera che non quadri tutto?
Chi lo sa capire dov'è l'inghippo?
Da L'estate della servitù dottorale
di Vittoria Nicoli 2008
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The perched face you make for me is repentance.
I discovered myself making your face
as I was daydreaming about us as a tragedy.
Is it repentance or dread of not finding each other?
There is a little bit of beneficial lightness in our smiles
or is it a masochistic abstraction?
Dania – woman – who gives herself.
I erase you before you abandon me.
From the instrument but not from my thought – emotion.
You had everything decided, mine is an illusion of power,
you had everything prepared, you too confusing attraction with reason.
Sei proprio amori da Statiali!
Ca' sei tu, da l'occhj culori di l'alba,
e dall'etai di lu cumenciu?
Polti li capiddhi d'oro,
e d'oro so li rigali che si fani alli steddhi.
Hai li 'istiri rui suttu allu soli
e bianchi e nieddhi cu la luna.
Mi idi? Voi 'inè cu noi a vidè la notti di l'etai di tramuntana?
Ca' sei tu? Ti cunnoscu o t'inventu?
Sei un amori di lu Statiali!
Solu a Capidannu si potarà dini se sei 'era o paltuta pa' jenti prizzosa.
Da Lu entu illu to nommu
di Vittoria Nicoli 2007
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Aspettami senza pensare a nessun'altra,
senza stare in pensiero per ciò che non hai fatto,
e che non ho fatto. Tra noi ci deve essere un'unica fiducia.
Pensa al giorno in cui potrò essere di nuovo
di tua proprietà, ama quel giorno come lo amo io.
Non credere a ciò che ti diranno questi alieni,
e a ciò che è stato detto,
non odiarmi se non ho saputo evitare gli sputi,
ama piuttosto l'intelligenza che conosci.
Analizza le mie preferenze e credi nella mia idea,
come io ho rispettato la tua scelta,
ricordati di come in realtà io sia stata la più tollerante.
Non dimenticare quel che abbiamo fatto,
cosa abbiamo vissuto, ripensa alle parole,
innamorati di me quanto lo sono io di te.
Aiutami a distruggere l'orgoglio capitalista,
non ti fermare alle incomprensioni.
Aspetta le mie poesie,
e sentendole dentro potrai vivere con me.
Fai che questo mio desiderio sia una tua richiesta.
Se pur della tua epoca tu non spiri,
incuriosisci me che ti vedo attraversarle.
I tuoi capelli non hanno il colore dell'oro,
i tuoi capelli non nascono dal vassallaggio,
scura sei tu, castana in ogni tonalità
e profonda negli occhi, e nera al sole,
piatta e formosa nella spiaggia.
Sei nata nella terra che ti esalta nel caldo,
la tua origine nomade e nobile
com'è l'uomo sardo, superba poiché sarda sei donna.
La tua esistenza, bionda rimane, ma
ti dona sola la bellezza individuale da me amata.
Ciò che tuo padre ti ha dato, un cognome
che tu porti bene, è quello che vorrei abbracciare.
Sei scura e illimitata, comoda dovunque,
e in quella città straniera che è la tua casa
tu rimane alta e slanciata.
Nella piazza l'acustica delle tue parole
ricade sull'obelisco e sulla fontana,
il fluido saggio scorre sino al pendolo,
affonda nel mondo volente cultura,
buongustaio di significati.
Io, invece, quando il tuo silenzio
mi spacca il timpano e il neurone,
lo infrango con strane parole d'amore,
che d'amore non sono, ma di follia saporano.
Non son bionda neanch'io, ma a te nera mi son presentata,
inchinata ho temuto il canto dedicatoti dagli uomini.
La gelosia me li fa maledire,
solo io voglio cantare la bellezza della scura donna
che ama l'oscurità ma che dentro è lucentezza,
che è divina e pontefice,
che mi sorride e quando mi parla io non so capire.
Nello sguardo e nella chioma, potente sarà il tuo voto.
Un bellissimo voto ti daranno.
A chi non il giallo ma l'amore sublime
inclassificabile e non descrivibile, ha come proprietà.
E' prima tra i suoi eguali, miseri e infami.
Da Mazzo di mezza esistenza
di Vittoria Nicoli 1996 – 200?
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In età ellenistica il genere letterario epigrammatico perse il carattere puramente patriottico che aveva in età classica e divenne lo specchio fedele dei molteplici e superficiali interessi dell’epoca, producendosi in vari argomenti, dall’epitaffio all’iscrizione votiva all’epigramma celebrativo, per ricordare persone o fatti, composto per uomini illustri, o anche di natura funebre per cantare con teneri accenti la morte degli animali. EPIGRAMMI I) Sulla virginea tomba gemendo, Clino la madre chiamò la figlia effimera sovente, l’ombra di lei evocando, di Filènide, avanti le nozze calata sulla livida palude. II) Non preparò né letto nuziale né santi imenei: sulla marmorea tomba una figura, Tèrside, pose tua madre di vergine, a te somigliante. Anche se morta sei, con te si parla. III) A un grillo, usignolo dei campi, ed insieme ad una cicala abitatrice delle querce, fece una tomba comune Mirò, piangendo lagrime infantili; poiché Ade inesorabile d’improvviso strappò gli amati trastulli. IV) Siedi sotto le belle foglie del lauro fiorente e bevi l’acqua dolce della bella fonte, e riposa così le tue membra stanche dai lavori dell’estate, alle carezze dello zefiro. V) Ospite, sotto l’olmo ristora le stanche membra, mentre dolce tra le verdi fronde bisbiglia il vento, e bevi la fredda linfa della fonte; ben è grato ai viandanti tale riposo durante la canicola ardente.
Francesca Santucci |
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La divina Saffo, l’hagné, considerata la più grande poetessa di tutti i tempi, nacque ad Ereso, nell’isola di Lesbo, da una nobile famiglia, ma la sua vita si svolse a Mitilene dalla quale, ai tempi della caduta dei Cleanattidi, a causa delle lotte politiche, fu esiliata per qualche tempo, e di ciò resta testimonianza nel "marmo pario", un’iscrizione che attesta la sua presenza in Sicilia tra il 607 e il 590 a. C., perché, a parte un frammento superstite in cui ne accenna genericamente, …te Cipro e Pafo, oppure Palermo, non ne fa menzione. Rimpatriò poi durante il regno di Pittaco, per il quale non nutriva simpatìa, considerandolo promotore delle restrizioni che mortificavano l’amore per il lusso della classe aristocratica, come prova un’ode nella quale si rivolge alla figlia (bella, dall’aspetto simile ai fiori dorati) inducendola a rinunciare alla mitra variegata che la fanciulla desidera per le sue chiome perché Pittaco si scandalizzerebbe, chiamando a testimone il poeta Alceo, con quale vi fu un vincolo di solidarietà e simpatia, e che di lei in modo lusinghiero scrisse: Saffo, veneranda, dal soave sorriso, dal crine di viola. O mia Gongila, ti prego metti la tunica bianchissima e vieni a me davanti: intorno a te vola desiderio d’amore. Così adorna, fai tremare chi guarda; e io ne godo, perché la tua bellezza rimprovera Afrodite.
Ben poco sappiamo di Saffo, che ebbe un marito e una figlia, che raggiunse la vecchiaia (infatti, in un papiro troviamo allusioni ad una pelle senile e a capelli bianchi), che era amante del bello, raffinata ed elegante nei modi e nell’aspetto ma, soprattutto, che amò molto e che l’amore riversato nei versi fu un canto limpido e toccante.
Saffo fu stimata ed ammirata a Mitilene da molte sue concittadine, che erano solite riunirsi intorno a lei in un centro femminile del culto di Afrodite e delle Muse, una sorta di cenacolo intellettuale, una comunità tra il sacro e il profano definita "tiaso", costituita di sole fanciulle, aristocratiche e nubili, giovani donne che subivano il fascino della superiorità spirituale di Saffo, che da lei apprendevano la musica e la danza, e che l’abbandonavano solo quando poi prendevano marito e seguivano il loro destino, lasciando nell’animo della poetessa l’amarezza del distacco, che non tardava a riversare nei versi ricchi di pathos, intrisi di rimpianto per l’amicizia perduta.
Nei suoi frammenti ricorrono parecchi nomi di queste fanciulle, Attide, Girinna, Arignota, Gongila, Dice, Anattoria, che Saffo ammirava, stimava e celebrava, esaltandone le lodi e la bellezza, festeggiandone con gioia le nozze e lamentandone la partenza per terre lontane, con versi armoniosi e di rara bellezza, testimonianza preziosa del suo canto e dei suoi sentimenti. Di Gòngila esaltò soprattutto la bellezza, che era tale da offuscare quella della stessa dea:
Per Arignota, bella come la luna tra gli astri, che aveva sposato un uomo potente ed ormai abitava lontano, e che malinconicamente supplicava la poetessa di raggiungerla, Saffo si struggeva di nostalgia perché avrebbe voluto rivedere il suo bel volto e le movenze aggraziate.
Ad un’altra amica, esitante nel congedarsi, Saffo, pur afflitta dall’amarezza del distacco, ricordava le ore trascorse insieme in soave intimità e, frenando la commozione, e trattenendo il pianto, recava conforto:
"Vorrei essere morta, sai,davvero"
era così disfatta nel congedo
e parlava parlava:"Oh, Saffo,
è terribile quello che proviamo!
Non son io che lo voglio se ti lascio",
e io le rispondevo: addio,
su, vai, e ricordati di me,
perché lo sai come ti seguivamo:
e se no-allora io lo voglio
che ti ricordi, perché tu dimentichi-
com’era bello ,ciò che provavo,
quante corone di viole
ti posavi sul capo,insieme a me,
di rose, croco, salvia, di cerfoglio,
e quante s’intrecciavano ghirlande
per il tuo collo delicato
fatte dei fiori della primavera…
Oppure si lasciava prendere da una furiosa gelosia come nella celebre ode tradotta da Catullo e imitata da Foscolo, quella in cui descrive le sofferenze al cospetto della coppia felice, dell’uomo beato come un dio di fronte alla fanciulla che parla e sorride con dolcezza, mentre, impotente spettatrice, si tortura al loro cospetto.
Il colloquio dell’amica con l’uomo amato suscitava infatti in lei il sentimento violento e appassionato della gelosia, che la rapiva nella sua ardente visione e le impediva di udire qualsiasi altra cosa intorno a sé, espresso con tale potenza mai eguagliata da nessun altro poeta. Ecco, allora, l’ode considerata il capolavoro della poesia erotica, già famosa ai tempi di Saffo, che descrive proprio lo sconvolgimento dell’animo turbato dalla gelosia, esaltata già nel I secolo d. C da un poeta anonimo sul Sublime, rielaborata nella letteratura greca da Apollonio Rodio e da Teocrito e, in quella latina, da Lucrezio, Orazio e persino da Catullo, la cui versione è famosa quasi quanto l’originale:
Mi appare simile agli Dei
quel signore che siede innanzi a te
e ti ascolta,tu parli da vicino
con dolcezza,
e ridi, col tuo fascino, e così
il cuore nel mio petto ha sussultato,
ti ho gettato uno sguardo e tutt’a un tratto
non ho più voce,
no, la mia lingua è come spezzata,
all’improvviso un fuoco lieve è corso
sotto la pelle, i miei occhi non vedono,
le orecchie mi risuonano,
scorre un sudore e un tremito mi prende
tutta , e sono più pallida dell’erba,
è come se mancasse tanto poco
ad esser morta;
pure debbo farmi molta forza.
Il mondo poetico di Saffo può apparire chiuso ed impenetrabile ma non è difficile comprendere la genesi dei versi sensibilissimi e delicati; il suo animo femminile non poteva certo cantare secondo i motivi usuali della lirica del suo tempo,le lotte politiche non l’attraevano, non sono donna di pertinaci rancori, ma l’anima ho mite, armi e apparecchi militari non le interessavano, chi una schiera di cavalli,chi di fanti,chi uno stuolo di navi dice essere la cosa più bella su la nera terra, io invece ciò che si ama, e tanto meno era portata per l’esaltazione del simposio o delle espressioni dei piaceri effimeri collegati, ad esempio, alle gioie del vino. Portata per l’introspezione Saffo, coltivò soprattutto la vena intimistica, ed è appunto con lei che nella poesia nasce l’interiorità, favorita proprio dalla condizione femminile nel mondo greco, condizione che per lei non era di chiusura giacché, nata in una famiglia aristocratica, aveva rapporti di società, viaggiava, scambiava versi con Alceo, era anche moglie e madre dalla vita normale, senza che ciò interferisse con la sua attività nel tiaso e col suo essere poetessa. In un’epoca e in un ambiente in cui la donna godeva di una certa autonomia e indipendenza, Saffo si ripiegava in se stessa, si creava un suo mondo poetico, in una cerchia diversa da quella dell’uomo, quasi in isolamento, cercando calore per la sua anima soprattutto nel bello della natura: i fiori, gli usignoli, i paesaggi notturni e le scene di primavera la deliziavano con uno stupore quasi infantile, facendole apprezzare della bellezza soprattutto la leggiadria e la grazia, virtù squisitamente femminili.
Da un epigramma sepolcrale che scrisse per lei Tullio Laurèa, un amico di Cicerone, si apprende che gli antichi conoscevano una raccolta dei carmi di Saffo divisa in ben nove libri: dell’enorme produzione lirica sono stati tramandati scarsi brani, quasi tutti incompiuti, tuttavia sufficienti a rilevare nelle sue composizioni una tecnica unica, un sentimento che sgorga dal profondo dell’anima assetata di amore e di bellezza, che investe ed anima personaggi e cose.
Tecnica caratteristica è quella di trarre materia ed occasione del suo canto dalle scene di vita quotidiana per trasfigurarle in un mondo fantastico, in cui trionfano, in perfetta armonia ed equilibrio di colori ed immagini, la bellezza, l’amore e la luce.
Saffo, come tutti gli antichi, viveva la natura in un ‘aura di sacralità, sole, luna, mare, fiori, erano considerati entità sacre che pure le suggerivano immagini intime di raccoglimento e contemplazione della bellezza.
Ecco, allora, che in un giorno di primavera rievoca un tempio dell’isola di Creta visitato di persona o che solo le è stato descritto, ed al ricordo si sovrappone una visione smagliante di colore:
Qui da noi: un tempio venerando,
un pomario di meli deliziosi,
altari dove bruciano profumi
d’incenso, un’acqua
freddissima che suona in mezzo ai rami
dei meli, e le ombre dei rosai
in tutto il posto, e dalle foglie scosse
trabocca sonno,
poi un florido prato, coi cavalli,
i fiori della primavera, aliti
dolcissimi che spirano…
dove Cipride coglie le corone
e delicatamente mesce un nettare
che si mescola nelle grandi feste,
in coppe d’oro…
E nella solitudine di una notte senza luna e senza stelle si riflette la solitudine del suo animo:
E’ tramontata la luna, e le Pleiadi;
e la notte è a metà, ed il tempo trapassa,
ed io riposo in solitudine.
Anche l’idea della morte nella poesia di Saffo suggerisce armoniose immagini di serenità e di bellezza, perché per Saffo il regno delle tenebre non può non avere giardini coperti di fiori e bagnati di rugiada:
E mi prende un desiderio di morire,
e di vedere le rive dell’Acheronte
coperte di rugiada,fiorite di loto.
E grande sensibilità vibra anche nelle liriche dedicate alle amiche del tiaso; la bellezza di un ‘amica assente, Attide, che spicca a Sardi fra le donne lidie, suggerisce una visione di cielo notturno in cui brilla l’astro lunare:
Forse in Sardi
spesso col pensiero qui ritorna
nel tempo che fu nostro: quando
eri per lei come una Dea rivelata,
tanto era felice del tuo canto.
Ora in Lidia è bella fra le donne
come quando il sole è tramontato
e la luna dalle dita di rose
vince tutte le stelle e la sua luce
modula sulle acque del mare
e i campi presi d’erba:
e la rugiada illumina la rosa,
posa sul gracile timo e il trifoglio
simile a fiore.
Solitaria vagando ,esita
A volte se pensa ad Attide:
di desiderio l’anima trasale,
il cuore è aspro.
E d’improvviso: "Venite!"urla;
e questa voce non ignota
a noi per sillabe risuona
scorrendo sopra il mare.
Il tema predominante affrontato è sempre quello dell’amore, considerato da Saffo il più potente dei sentimenti umani, il cui ruolo è determinante nella vita e nell’educazione del tiaso, e colto in tutte le sue sfumature, sia quello travolgente della passione sia quello del turbamento adolescenziale della fanciulla che lo confida alla madre:
Mammina mia,
non posso più battere
il telaio,
stregata dall’amore
per un ragazzo
per opera della languida Afrodite.
Il tiaso diretto da Saffo era consacrato alle Muse e ad Afrodite, non stupisce perciò che nei versi della poetessa compaia spesso la dea come presenza benevola. Famosa fin dall’antichità è la composizione dedicata appunto ad Afrodite, un inno d’invocazione, una preghiera tradizionale nella forma ma innovativa nel contenuto, poco religiosa, giacché poetessa e dea sono poste in diretto rapporto confidenziale, in dolce patto d’alleanza, fino ad annullare, con complicità tipicamente femminile, la distanza tra umano e divino:
Afrodite immortale dal trono variopinto,
figlia di Zeus, insidiosa, ti supplico,
non distruggermi il cuore di disgusti,
Signora, e d’ansie,
ma vieni qui, come venisti ancora,
udendo la mia voce da lontano,
e uscivi dalla casa tutta d’oro
del Padre tuo:
prendevi il cocchio e leggiadri uccelli veloci
ti portavano sulla terra nera
fitte agitando le ali giù dal cielo
in mezzo all’aria,
ed erano già qui: e tu, o felice,
sorridendo dal tuo volto immortale,
mi chiedevi perché soffrissi ancora,
chiamavo ancora,
che cosa più di tutto questo cuore
folle desiderava: "chi vuoi ora
che convinca ad amarti? Saffo,dimmi,
chi ti fa male?
Se ora ti sfugge, presto ti cercherà,
se non vuole i tuoi doni ne farà,
se non ti ama presto ti amerà,
anche se non vorrai".
Vieni anche adesso, toglimi di pena.
Ciò che il cuore desidera che avvenga,
fa’ tu che avvenga. Sii proprio tu
la mia alleata.
Nei versi che seguono, frammenti intensi e suggestivi che pure esaltano il sentimento amoroso, l’amore s’impone invece come forza, in profonda analisi psicologica:
Eros mi ha squassato la mente
come il vento del monte
si scaglia sulle querce.
Nel canto di Saffo, come in tutta la letteratura greca, ritroviamo anche la caratteristica dell’erotismo, spesso censurata dall’interpretazione moderna, eppure l’eros, da Omero fino alla produzione ellenistica, fu elemento ben presente in molteplici aspetti, eliminato dalla letteratura ufficiale solo con l’avvento dell’ebraismo e soprattutto del Cristianesimo.
Per meglio comprendere il rapporto che i Greci avevano con l’eros è necessario ricordare che differente fu il loro concetto di morale, la nostra cultura confina l’eros nel tabù, invece i Greci lo legavano alla religiosità tradizionale e lo vivevano come rito della fecondità e celebrazione misterica; inoltre non separavano rigidamente l’eros eterosessuale da quello omosessuale, frequenti sono infatti nell’Iliade le allusioni ai legami omoerotici, come quelli tra Achille e Patroclo, e la stessa figura di Elena è rappresentata come intrisa di irresistibile sensualità.
Per quanto riguarda gli uomini sono i dialoghi di Platone ad attestare l’esistenza dell’erotismo maschile, ma anche in molte commedie di Aristofane, come la Lisistrata, si ritrova conferma della libertà dell’erotismo nella cultura greca, come pure è testimoniata la pratica dell’incesto nella riflessione della poesia tragica, dall’Edipo Re di Sofocle agli epigrammi e al romanzo dell’età ellenistica, che affrontavano l’eros in tutti i suoi aspetti.
Fu, poi, con la diffusione della cultura giudaico- cristiana, e soprattutto con quella del cristianesimo, che le tematiche dell’erotismo vennero emarginate e addirittura eliminate fino a compromettere la stessa corretta comprensione del patrimonio culturale greco.
E’ con Saffo che, per la prima volta nella storia della letteratura, abbiamo la rappresentazione dell’erotismo femminile (definito col tempo, con connotazione denigratoria, "saffico"), ma che è semplicemente espressione dell’eros vissuto legittimamente e in normalità nella cultura greca, ed è per questo che cantò con schiettezza l’amore, anche verso le sue amiche del tiaso, senza veli e ritrosie, proprio per la diversa moralità della cultura greca .
Saffo esercitò una notevole influenza sui suoi contemporanei, soprattutto su Alceo, Teognide, Bacchilide e Teocrito, e Strabone così si espresse su di lei: Saffo, un essere meraviglioso! Chè in tutto il passato, di cui si ha memoria, non appare che sia esistita mai una donna, la quale potesse gareggiare con lei nella poesia, nemmeno da lontano; la sua fama eguagliò quella di Omero eppure, proprio quando era più ammirata, cominciò ad essere infangata.
I suoi versi, in cui la rievocazione delle scene è sempre limpida e chiara, come sincero fu il sentimento ispiratore dei versi, l’amicizia che la legava alle sue compagne, furono spesso denigrati fin dall’antichità: basti pensare ad Orazio che definì Saffo dispregiativamente mascula.
Il processo denigratorio nei suoi confronti risale, però, ai commediografi attici, che l’accusarono di cattivi costumi, di bruttezza fisica e che arrivarono persino ad attribuirle un suicidio per amore dalla rupe di Leucade (come riprende Leopardi) perché invaghitasi senza speranza del bellissimo Faone; più onesti e sinceri gli entusiasmi di Platone, che chiamarono Saffo bella e saggia, di Teofrasto che ne rilevò la grazia, e di Plutarco che ne attestò l’ardore del cuore.
Grazia, soavità e passione: sono queste le caratteristiche della poesia di Saffo. Il suo amore fu squisitamente femminile, investì tutto ciò che la circondava, in delicatezza e levità, tanto che ancora oggi può essere considerata la più grande poetessa di tutti i tempi perché nessuna donna ha saputo cantare l’amore come lei, in purezza e sincerità.
Francesca Santucci
dal libro Donna non sol ma torna musa all'arte di Francesca Santucci
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Regia: Laura Muscardin
Anno di produzione: 2006
Durata: 90'
Tipologia: lungometraggio
Genere: commedia/drammatico
Paese: Italia/Senegal
Lingua: Italiano-Wolof-Francese
Produzione: The Coproducers
Formato di proiezione: 35mm, colore
Billo, il Grand Dakhaar di Laura Muscardin, film che uscirà 19 Settembre 2008 nelle sale di Roma, Torino, Firenze e poi in quelle di Milano e Bologna.
Thierno Thiam, è un ragazzo senegalese che, con in tasca il diploma da sarto, decide di partire per l’Italia in cerca di fortuna nel campo della moda, per tornare a casa ricco e sposare Fatou, figlia del medico del villaggio. In Italia troverà l’aiuto di alcuni connazionali e di alcuni italiani, ma anche la diffidenza di molti e una sorta di ostilità delle forze dell’ordine, in perenne all’erta contro il terrorismo. Dopo aver toccato il fondo , il ragazzo riuscirà a risollevarsi grazie a un lavoro come tappezziere e all’amore per Laura. In bilico tra due paesi, due culture e due donne ugualmente amate, Billo cerca una soluzione. Billo, Il Grand Dakhaar è la storia vera di un’integrazione riuscita, una commedia piena di ironia, sentimenti, colpi di fortuna, ma anche vitalità, ottimismo e determinazione, con un finale aperto. In un paese come l’Italia dove sono in aumento episodi di xenofobia, spesso stereotipati dai mass media, dove la parola migrante corrisponde a criminalità, ma anche dove il cinema italiano degli ultimi tempi ci restituisce una visione dell’immigrazione come possibilità di integrazione. Un cinema che riesce ancora una volta a dar voce ai vinti. Con le spledide musiche di Youssou N’dour, questo film è consigliato caldamente a tutti augurandoci che un’altra Italia è possibile.
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Le Guerrilla Girls sono le supereroine dell'arte contemporanea: indossano maschere da gorilla, boicottano i musei, stampano poster femministi con i quali tappezzano persino i bagni delle istituzioni artistiche americane. I loro poster e le loro incursioni sono presto diventati leggenda e oggetto di collezionismo. La loro lotta per l'emancipazione delle donne artiste e degli artisti di colore vanta centinaia di sostenitori clandestini che si riuniscono una volta all'anno senza mai togliersi la maschera.
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ESSERE DONNA
Mani eretiche
hanno salvato
il mio cuore e
come ogni giorno
l'amor per te
si rinnova !
Il mio essere
donna bussa
ogni giorno
alla porta
e vivo...
Ma scappo
dalla volgarità del
tuo essere uomo.
Forse avrei potuto
avere un figlio da lui...ma...
nemmen questo avrebbe
reso giustizia alla
mia vita.
Forse
avrei potuto inseguirti
ogni giorno ma
VOGLIO VIVERE!
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nascita del nuovo blog "Poetesse eretiche ed erotiche"
Oggi Lunedì 29 Gennaio 2007 nasce il blog "Poetesse eretiche ed erotiche"
Il titolo è ispirato al libro :
G. Fanara , F.Giovannelli (a cura di),"Eretiche ed Erotiche",Liguori ,Napoli , 2004
Questo blog nasce con l' intento di discutere di poesia al femminile , poetesse
viventi e non , controcultura , problematiche femminili delle società passate e odierne ,
controcinema , amore , erotismo ecc...
Vi aspetto numerosi per discutere insieme !
Mandate anche le vostre poesie !
Sonia
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