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    De.licio.us
    (13/10/2008 - 16:14)

    Corinna poetessa greca

    di soniacincinelli

    Corinna (V secolo a.C.), poetessa greca.

    Originaria della città di Tanagra, nella Beozia, poiché dimorò per molto tempo a Tebe, fu chiamata tebana e soprannominata Miia.

    Vi sono poche notizie sulla sua vita: sembra sia fiorita poeticamente intorno al 509 a.C. e che abbia ammaestrato nella poesia addirittura Pindaro, battendolo ben cinque volte in gare di poesia.

    Pausania, IX 22, cap.3, in proposito, ci racconta invece che Pindaro fu battuto da lei una sola volta: in tale circostanza attribuisce la vittoria della poetessa all'uso superbo che fece in quell'occasione del dialetto eolico; inoltre il periegeta riferisce di aver visto un ritratto di lei a Tanagra che la raffigura come dotata di bell'aspetto.

    Dei suoi carmi lirici in dialetto beotico, non ci sono rimasti che alcuni piccoli frammenti. Un papiro ci ha tramandato frammenti di due suoi nòmoi nei quali vi è un largo uso del dimetro ionico a minore e del dimetro coriambico.

    Furono erette statue a Corinna in differenti parti della Grecia e fu classificata come la prima e più eclettica delle nove muse della lirica.

    Opere

    • Carmi:
      • I sette a Tebe
      • Iolao
      • Il ritorno di Orione
    • Nòmoi:
      • La gara del Citerone e dell'Elicona
      • Le figlie di Asopo

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    (08/10/2008 - 10:54)

    Poetesse di oggi: biografia ermetica di Vittoria Nicoli

    di soniacincinelli

    Vittoria Nicoli è nata a Tempio Pausania il 26 settembre 1983. Da
    piccola ha avuto paura del buio, poi degli aerei e della bomba
    atomica e infine di tutto il resto. Nonostante questo, e per fortuna,
    sin dall'inizio dell'adolescenza, si è difesa bene dalle paure
    iniziando a scrivere poesie, poesie un pò presuntuose e poco
    propense al labor limae.
    Le sue figlie bruttine nascono in terra sarda, e nella caput mundi si
    sviluppano.
    Opponendosi al suo stesso titolo nobiliare di principessa del nord
    Gallura, attualmente, come Lady Oscar, fa la rivoluzionaria silenziosa. Lo
    sfruttamento di se stessi è per la poetessa inaccettabile quanto quello
    degli altri. E' certo, però che se la Nicoli avesse per ogni sua
    poesia un pezzo da cinquecento euro potrebbe comprarsi un monolocale
     a Piazza Navona.
    Tanta mole di lavoro sarà presto scaricabile in rete dal suo blog
    attivista "estateinnevataincazzata.noblogs.org". Un bacione a
    tutte e a
    tutti i fans.

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    (06/10/2008 - 11:13)

    Poetesse di Oggi: Vittoria Nicoli

    di soniacincinelli

    Come nei tuoi occhi capivo l'estate,

     

    ora sento nei suoi, lungo l'autunno, che correrà veloce.

     

    Distraggo il suono emesso verso di te,

     

    sono oramai rivolta in cento altre direzioni,

     

    di cento altre donne del continente.

     

    Quando il sole si stanca e dorme parecchio

     

    è arrivato il momento per l'emigrazione.

     

    La mia natura è amarvi e beccare i vostri corpi.

     

    La Natura vuole questo spostamento vitale.

     

    Quante sono le ore di calore puro

     

    opposte a quelle della temperatura autunnale,

     

    così tante sono le giornate in cui la vedo

     

    contro quelle in cui sono lontana.

     

    Vedo una donna lasciata da un uomo arrogante,

     

    vedo una donna amata da una donna ignota,

     

    e sfuggo allo sguardo maturo di una donna autentica.

     

    Come nella stagione calda le mie ali sbattono senza logica

     

    portandomi vicina e allontanandomi dalle prede,

     

    dal cibo, dal solo cibo che mi sia sempre piaciuto,

     

    dal solo cibo che mi compone, dalla donna.

     

     

    Da Il vento nel suo nome

     

    di Vittoria Nicoli 2007

     

     

     

     

    C'è una donna, in quest'ultimo periodo, che ogni volta che la vedo

     

    non penso di sforzarmi a parlare con lei

     

    su come vorrei cambiare il mondo.

     

    Mi rendo conto che le parole

     

    che ci vorrebbero sarebbero troppo complesse,

     

    e se anche lei le capisse, rispondendomi

     

    con le sue parole troppo difficili,

     

    allora sarei io a non capirla.

     

    Io conosco di meno il suo linguaggio di quanto lei conosce il mio.

     

    C'è questa donna che quando la guardo,

     

    mi vergogno della mia presunzione del correggerla,

     

    dell'averla corretta troppe volte,

     

    e lei mi tocca velocemente dicendomi di lasciarla sbagliare.

     

    C'è una donna, alla quale io rinuncio di regalare parole,

     

    e nel guardarla vorrei sentire

     

    cosa desidera aldilà dei miei occhi sulla sua bocca.

     

    C'è questa donna che ogni tanto prova a comandarmi,

     

    e io stupidamente, dopo essermi difesa,

     

    riattacco con un altro ordine,

     

    con un'altra voce grossa delle nostre solitudini.

     

    C'è questa donna di cui a volte mi rendo conto,

     

    che alcuni suoni tradiscono una voglia di me,

     

    questa donna che mi riguarda e vorrebbe capire meglio.

     

    Non è il mio specchio, non sono io a riflettermi,

     

    è una quasi sconosciuta, che non parla la mia lingua.

     

    Eppure è una donna che sento, che mi accompagna, che partirà

     

    che mi ricorderò, che ci sarà

     

    anche senza il mio sguardo.

     

     

    Da Poesie femministe

     

    di Vittoria Nicoli 2008

     

     

     

     

    Sveglia prima delle serrande abbassate (31 Agosto)

     

     

    Inizia Capidanni e penso a come il binario perda la memoria.

     

    Quante parole, ritmi, poesia, sentimento e pezzi di coronarie

     

    noi tutti perdiamo. Noi lontani dalla lotta cittadina,

     

    noi che presto ci ripiomberemo addosso al caos nascosto

     

    di questi tempi morti, tristi, senza grandi progetti,

     

    senza neppure antichi e retorici sogni.

     

    Inizia Capidanni e la retorica del nulla del postmoderno

     

    è come le zanzare dell'osteria,

     

    sempre presente, sempre pungente,

     

    però non inganna la saggezza,

     

    ancora non l'ha fatta impazzire, ancora la odio.

     

    Inizia ciò che già è iniziato e io scrivo

     

    sopra al piano che minaccia in continuazione sciopero

     

    senza essere proletario, ma anzi essendo nemico

     

    di operai e contadini, essendo figlio di chi comanda,

     

    minaccia la mia richiesta d'amore, il mio tentativo di allungarmi

     

    verso gli arcobaleni delle compagne sconosciute.

     

    Io scrivo con i mezzi e il linguaggio e la noia dei ricchi,

     

    ma nella metà del sangue c'è il vinto.

     

    E come vedo la finzione, come vedo il calcolo ipocrita

     

    allo stesso modo vedo il sincero, l'autentico attendere.

     

    I corpi piatti sono i miei prediletti perché

     

    rinnegano nella loro appariscente superficie liscia

     

    l'inganno che la realtà sia banale.

     

    Sui corpi piatti io corro, mi fermo, ricordo, compongo,

     

    sono io, io che li dimentico, non li posseggo da tempo,

     

    ma li desidero con nuova pretesa.

     

    Chi è che decide quando le menti ragionano in maniera giusta

     

    e quando invece lo fanno in maniera che non quadri tutto?

     

    Chi lo sa capire dov'è l'inghippo?

     

     

    Da L'estate della servitù dottorale

     

    di Vittoria Nicoli 2008

     

     

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    (06/10/2008 - 11:09)

    Vittoria Nicoli

    di soniacincinelli

    The perched face you make for me is repentance.

     

     

     

     

    I discovered myself making your face

     

     

     

     

    as I was daydreaming about us as a tragedy.

     

     

     

     

    Is it repentance or dread of not finding each other?

     

     

     

     

    There is a little bit of beneficial lightness in our smiles

     

     

     

     

    or is it a masochistic abstraction?

     

     

     

     

    Dania – woman – who gives herself.

     

     

     

     

    I erase you before you abandon me.

     

     

     

     

    From the instrument but not from my thought – emotion.

     

     

     

     

    You had everything decided, mine is an illusion of power,

     

     

     

     

    you had everything prepared, you too confusing attraction with reason.

     

     

     

     

     

     

     

     

                                                                 

     

     

     

     

     

     

     

     

    Sei proprio amori da Statiali!

     

     

     

     

    Ca' sei tu, da l'occhj culori di l'alba,

     

     

     

     

    e dall'etai di lu cumenciu?

     

     

     

     

    Polti li capiddhi d'oro,

     

     

     

     

    e d'oro so li rigali che si fani alli steddhi.

     

     

     

     

    Hai li 'istiri rui suttu allu soli

     

     

     

     

    e bianchi e nieddhi cu la luna.

     

     

     

     

    Mi idi? Voi 'inè cu noi a vidè la notti di l'etai di tramuntana?

     

     

     

     

    Ca' sei tu? Ti cunnoscu o t'inventu?

     

     

     

     

    Sei un amori di lu Statiali!

     

     

     

     

    Solu a Capidannu si potarà dini se sei 'era o paltuta pa' jenti prizzosa.

     

     

    Da Lu entu illu to nommu

    di Vittoria Nicoli 2007

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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    (06/10/2008 - 11:03)

    Poetesse di Oggi : Vittoria Nicoli

    di soniacincinelli

    Aspettami senza pensare a nessun'altra,

     

    senza stare in pensiero per ciò che non hai fatto,

     

    e che non ho fatto. Tra noi ci deve essere un'unica fiducia.

     

    Pensa al giorno in cui potrò essere di nuovo

     

    di tua proprietà, ama quel giorno come lo amo io.

     

    Non credere a ciò che ti diranno questi alieni,

     

    e a ciò che è stato detto,

     

    non odiarmi se non ho saputo evitare gli sputi,

     

    ama piuttosto l'intelligenza che conosci.

     

    Analizza le mie preferenze e credi nella mia idea,

     

    come io ho rispettato la tua scelta,

     

    ricordati di come in realtà io sia stata la più tollerante.

     

    Non dimenticare quel che abbiamo fatto,

     

    cosa abbiamo vissuto, ripensa alle parole,

     

    innamorati di me quanto lo sono io di te.

     

    Aiutami a distruggere l'orgoglio capitalista,

     

    non ti fermare alle incomprensioni.

     

    Aspetta le mie poesie,

     

    e sentendole dentro potrai vivere con me.

     

    Fai che questo mio desiderio sia una tua richiesta.

     

     

     

    Se pur della tua epoca tu non spiri,

     

    incuriosisci me che ti vedo attraversarle.

     

    I tuoi capelli non hanno il colore dell'oro,

     

    i tuoi capelli non nascono dal vassallaggio,

     

    scura sei tu, castana in ogni tonalità

     

    e profonda negli occhi, e nera al sole,

     

    piatta e formosa nella spiaggia.

     

    Sei nata nella terra che ti esalta nel caldo,

     

    la tua origine nomade e nobile

     

    com'è l'uomo sardo, superba poiché sarda sei donna.

     

    La tua esistenza, bionda rimane, ma

     

    ti dona sola la bellezza individuale da me amata.

     

    Ciò che tuo padre ti ha dato, un cognome

     

    che tu porti bene, è quello che vorrei abbracciare.

     

    Sei scura e illimitata, comoda dovunque,

     

    e in quella città straniera che è la tua casa

     

    tu rimane alta e slanciata.

     

    Nella piazza l'acustica delle tue parole

     

    ricade sull'obelisco e sulla fontana,

     

    il fluido saggio scorre sino al pendolo,

     

    affonda nel mondo volente cultura,

     

    buongustaio di significati.

     

    Io, invece, quando il tuo silenzio

     

    mi spacca il timpano e il neurone,

     

    lo infrango con strane parole d'amore,

     

    che d'amore non sono, ma di follia saporano.

     

    Non son bionda neanch'io, ma a te nera mi son presentata,

     

    inchinata ho temuto il canto dedicatoti dagli uomini.

     

    La gelosia me li fa maledire,

     

    solo io voglio cantare la bellezza della scura donna

     

    che ama l'oscurità ma che dentro è lucentezza,

     

    che è divina e pontefice,

     

    che mi sorride e quando mi parla io non so capire.

     

    Nello sguardo e nella chioma, potente sarà il tuo voto.

     

    Un bellissimo voto ti daranno.

     

    A chi non il giallo ma l'amore sublime

     

    inclassificabile e non descrivibile, ha come proprietà.

     

    E' prima tra i suoi eguali, miseri e infami.

     

     

    Da Mazzo di mezza esistenza

     

    di Vittoria Nicoli 1996 – 200?

     

     

     

     

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    (29/09/2008 - 11:43)

    Anite (secolo III a.c.)

    di soniacincinelli

    In età ellenistica il genere letterario epigrammatico perse il carattere puramente patriottico che aveva in età classica e divenne lo specchio fedele dei molteplici e superficiali interessi dell’epoca, producendosi in vari argomenti, dall’epitaffio all’iscrizione votiva all’epigramma celebrativo, per ricordare persone o fatti, composto per uomini illustri, o anche di natura funebre per cantare con teneri accenti la morte degli animali.
    Difficile è classificare l’epigramma ellenistico, proprio per la varietà degli argomenti, tuttavia è possibile individuare due scuole: la Scuola Peloponnesiaca, che nel genere epigrammatico prediligeva l’espressione di scene naturali, con brevi schizzi di paesaggi, e che, come linguaggio, usava il dorico letterario, e la Scuola Ionica, di natura più varia ed artificiosa, con l’esaltazione del vino e dell’amore.
    Alla Scuola Peloponnesiaca appartenne la voce gentile, soffusa di spiritualità, della poetessa Anite, che visse a Tegea, nell’Arcadia, tra la fine del quarto ed i primi decenni del terzo secolo, ben presente nell’Antologia Palatina perché inclusa da Meleagro nella sua Ghirlanda.
    Conosciuta dagli antichi col nome di "melopoiòs", cantante lirica, ma i cui canti lirici non sono mai stati ritrovati, circondata da un alone di leggenda che attribuiva potere magico ai suoi versi, fu così famosa che, in un epigramma dell’Antologia Palatina, il poeta Antipatro di Tessalonica la celebrò come una delle Muse terrene e la definì "Omero donna"; alla sua morte i concittadini affidarono a due famosi artisti, Euticrate e Cefisodoto, l’incarico di erigerle una statua.
    Delle sue liriche nulla abbiamo; restano solo 22 epigrammi in dialetto dorico, impeccabili nel metro e insuperabili nella semplicità di stile, emulati da molti epigrammisti, da Leonida a Mnasalce.
    Negli epigrammi, di stile e lingua dorica, forte e spontaneo, non contaminato da artifizi letterari, è il linguaggio con cui esprime il sentimento degli spettacoli della natura, attraverso la creazione di scene e quadretti rustici non inferiori a quelli dei carmi bucolici di Teocrito.
    Sono, infatti, di particolare suggestione gli epigrammi in cui, ispirata dall’amore per la natura, Anite invita a trovare ristoro nella pace campestre, riversando tutto il suo animo nella rappresentazione di scene dal vero ravvivate dal canto d’un usignolo o dal frinire di una cicala.
    Notevole è anche l’originalità degli epigrammi sepolcrali e degli epicedi, componimenti per la morte di animali, molto diffusi nella letteratura latina, di cui, esempio illustre, è La morte del passero, di Catullo.
    Con delicata sensibilità Anite canta la morte degli animali, anche di quelli più minuscoli, giacché tutti la morte colpisce, dalla minuscola cavalletta alla fragile cicala, dal misero gallo strozzato dal ladro al focoso destriero caduto nella mischia, tema che non fu la prima a trattare, ma che affrontò in maniera così particolare tanto che molti poeti proprio da lei appresero poi a cantare.

    EPIGRAMMI

    I)

    Sulla virginea tomba gemendo, Clino la madre

    chiamò la figlia effimera sovente,

    l’ombra di lei evocando, di Filènide, avanti le nozze

    calata sulla livida palude.

    II)

    Non preparò né letto nuziale né santi imenei:

    sulla marmorea tomba una figura,

    Tèrside, pose tua madre di vergine, a te somigliante.

    Anche se morta sei, con te si parla.

    III)

    A un grillo, usignolo dei campi, ed insieme ad una cicala

    abitatrice delle querce, fece una tomba comune

    Mirò, piangendo lagrime infantili; poiché Ade

    inesorabile d’improvviso strappò gli amati trastulli.

    IV)

    Siedi sotto le belle foglie del lauro fiorente

    e bevi l’acqua dolce della bella fonte,

    e riposa così le tue membra stanche

    dai lavori dell’estate, alle carezze dello zefiro.

    V)

    Ospite, sotto l’olmo ristora le stanche membra,

    mentre dolce tra le verdi fronde bisbiglia il vento,

    e bevi la fredda linfa della fonte; ben è grato

    ai viandanti tale riposo durante la canicola ardente.

     

    Francesca Santucci

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    (29/09/2008 - 11:39)

    Saffo

    di soniacincinelli


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    (18/09/2008 - 11:17)

    La poetessa Saffo (VII sec. A.C)

    di soniacincinelli

    La divina Saffo, l’hagné, considerata la più grande poetessa di tutti i tempi, nacque ad Ereso, nell’isola di Lesbo, da una nobile famiglia, ma la sua vita si svolse a Mitilene dalla quale, ai tempi della caduta dei Cleanattidi, a causa delle lotte politiche, fu esiliata per qualche tempo, e di ciò resta testimonianza nel "marmo pario", un’iscrizione che attesta la sua presenza in Sicilia tra il 607 e il 590 a. C., perché, a parte un frammento superstite in cui ne accenna genericamente, …te Cipro e Pafo, oppure Palermo, non ne fa menzione.   Rimpatriò poi durante il regno di Pittaco, per il quale non nutriva simpatìa, considerandolo promotore delle restrizioni che mortificavano l’amore per il lusso della classe aristocratica, come prova un’ode nella quale si rivolge alla figlia (bella, dall’aspetto simile ai fiori dorati) inducendola a rinunciare alla mitra variegata che la fanciulla desidera per le sue chiome perché Pittaco si scandalizzerebbe, chiamando a testimone il poeta Alceo, con quale vi fu un vincolo di solidarietà e simpatia, e che di lei in modo lusinghiero scrisse: Saffo, veneranda, dal soave sorriso, dal crine di viola.
    Ben poco sappiamo di Saffo, che ebbe un marito e una figlia, che raggiunse la vecchiaia  (infatti, in un papiro troviamo allusioni ad una pelle senile e a capelli bianchi), che era amante del bello, raffinata ed elegante nei modi e nell’aspetto ma, soprattutto, che amò molto e che l’amore riversato nei versi fu un canto limpido e toccante.
    Saffo fu stimata ed ammirata a Mitilene da molte sue concittadine, che erano solite riunirsi intorno a lei in un centro femminile del culto di Afrodite e delle Muse, una sorta di cenacolo intellettuale, una comunità tra il sacro e il profano definita "tiaso", costituita di sole fanciulle, aristocratiche e nubili, giovani donne che subivano il fascino della superiorità spirituale di Saffo, che da lei apprendevano la musica e la danza, e che l’abbandonavano solo quando poi prendevano marito e seguivano il loro destino, lasciando nell’animo della poetessa l’amarezza del distacco, che non tardava a riversare nei versi ricchi di pathos, intrisi di rimpianto per l’amicizia perduta.

    Nei suoi frammenti ricorrono parecchi nomi di queste fanciulle, Attide, Girinna, Arignota, Gongila, Dice, Anattoria, che Saffo ammirava, stimava e celebrava, esaltandone le lodi e la bellezza, festeggiandone con gioia le nozze e lamentandone la partenza per terre lontane, con versi armoniosi e di rara bellezza, testimonianza preziosa del suo canto e dei suoi sentimenti. Di Gòngila esaltò soprattutto la bellezza, che era tale da offuscare quella della stessa dea:

    O mia Gongila, ti prego

    metti la tunica bianchissima

    e vieni a me davanti: intorno a te

    vola desiderio d’amore.

    Così adorna, fai tremare chi guarda;

    e io ne godo, perché la tua bellezza 

    rimprovera Afrodite.


    Per Arignota, bella come la luna tra gli astri, che aveva sposato un uomo potente ed ormai abitava lontano, e che malinconicamente supplicava la poetessa di raggiungerla, Saffo si struggeva di nostalgia perché avrebbe voluto rivedere il suo bel volto e le movenze aggraziate.  
    Ad un’altra amica, esitante nel congedarsi, Saffo, pur afflitta dall’amarezza del distacco, ricordava le ore trascorse insieme in soave intimità e, frenando la commozione, e trattenendo il pianto, recava conforto:

    "Vorrei essere morta, sai,davvero"

    era così disfatta nel congedo

    e parlava parlava:"Oh, Saffo,

    è terribile quello che proviamo!

    Non son io che lo voglio se ti lascio",

    e io le rispondevo: addio,

    su, vai, e ricordati di me,

    perché lo sai come ti seguivamo:

    e se no-allora io lo voglio

    che ti ricordi, perché tu dimentichi-

    com’era bello ,ciò che provavo,

    quante corone di viole

    ti posavi sul capo,insieme a me,

    di rose, croco, salvia, di cerfoglio,

    e quante s’intrecciavano ghirlande

    per il tuo collo